Matteo Renzi ci dà l’aut aut: al referendum o vince il sorriso o vince l’odio

Il 29 settembre 2016 Matteo Renzi dà il via alla campagna elettorale a favore del «sì» al referendum. Lo fa dal palco dell’ObiHall di Firenze, casa sua. Per convincere noi elettori a votare la riforma costituzionale, il Presidente del Consiglio pronuncia un discorso costruito sulla contrapposizione: passato vs. futuro, sorriso vs. odio, «noi» vs «loro».

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Le risposte al quesito referendario possono essere solo due e allo sesso modo anche la nostra scelta può avere solo due conseguenze: rimanere imprigionati in un «racconto nostalgico del passato» oppure iniziare a costruire un futuro per l’Italia: «a Firenze lo sappiamo bene che avere un passato straordinario non è sufficiente, è meraviglioso, ma non è sufficiente. Bisogna amare ed essere gelosi del futuro». Solo dopo questa lunga premessa su tradizione e innovazione entra nel merito della riforma, che «non è la riforma costituzionale più bella. è la legge sul dopo di noi.» Insomma, non bisogna votarla perché piace, ma perché è il futuro.

E il futuro che dipinge Matteo Renzi è fatto di provvedimenti che cambiano il Paese, perché migliorano la vita quotidiana delle persone: le unioni civili, la riforma del terzo settore e del volontariato, il sostegno ai disabili ecc. In questo modo cerca la vicinanza con chi lo sta ascoltando e mira a convincerlo attraverso le emozioni, più che attraverso dei ragionamenti (sottinteso: che sono noiosi e non servono a niente). Per questo motivo racconta storie: l’incontro con gli associati Coldiretti, Renzo Piano che presenta le linee guide per il progetto «Casa Italia», ma ancor più «Bebe Vio, la schermitrice diciannovenne […] straordinaria, che ha mostrato la sua gioia di vivere» e «Alex Zanardi, un campione meraviglioso nella vita oltre che nello sport». Prende tempo, indugia sugli atleti paralimpici, che hanno già ottenuto l’affetto del pubblico. Cerca di inserirsi fra le loro fila e di farsi portavoce dei loro stessi valori e dei loro stessi ideali. Fa leva sull’emozione anche quando manda «il nostro abbraccio» ai terremotati o quando usa espressioni come: «ve lo dico col cuore in mano».

Anche la contrapposizione sorriso vs. odio è tutta giocata sui sentimrenzi-sorrisoenti. Ci mette di fronte a una proposta semplice, quella di avere «uno spirito sorridente» contro «il fiume di rabbia» che si sprigiona nei social network. Suona simile ai principi che s’insegnano ai bambini a catechismo (e va ricordato che Renzi è stato un boy scout). Agli attacchi, agli insulti e alle falsità che si leggono su Facebook e Twitter bisogna rispondere «innanzitutto col sorriso, innanzitutto con l’entusiasmo» per un fine più grande della vittoria al Referendum, quello di riportare «la bellezza di fare politica al centro».

Fra il «noi» e il «loro», poi, inserisce un «voi». Il «noi» non è la maggioranza PD, ma i ragazzi che si sono presentati alla comunali di Firenze perché credevano in un sogno. Non sono compagni di partito o alleati politici, ma amici, che Renzi chiama sempre utilizzando il nome proprio. Insiste spesso su parole come «comunità» o «Casa (Italia)» e racconta di aver discusso a lungo con sua moglie Agnese prima di decidere se candidarsi alle primarie del centrosinistra per le elezioni comunali a Firenze nel 2008. Tutto questo contribuisce creare l’idea di un «noi»  come di una famiglia e di un ambiente domestico. Un luogo dove sentirsi accolti e protetti e nel quale voler entrare.

«Loro» sono il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord, che stanno portando avanti una campagna per il «no» utilizzando questioni che non hanno nulla a che fare con la riforma. Sono quelli dello scandalo dei diamanti in Tanzania o dei complotti evocati da Carlo Sibilia sui social. Non sono la minoranza PD, che non viene mai nominata e che in altri discorsi verrà solo menzionata con riferimenti indiretti (ad esempio a Roma, quando cita Bernie Sanders, che dopo la sconfitta ha sostenuto Hillary Clinton).

«Voi» non sono tanto quelli che voteranno «sì» per appartenenza politica, ma quelli che voglioteetee_buongiornissimo-kaffe_1476137593-fullno cambiare l’Italia. Come spesso fanno i candidati alle presidenziali americane, Matteo Renzi invita le persone che lo ascoltano a diventare degli attivisti, a «invitare amici e colleghi per un caffè, una cena» e spiegargli punto per punto il progetto per costruire un futuro al Paese.

Anche le frasi sono costruite per sottolineare una contrapposizione. Quando deve affermare un concetto utilizza soprattutto coordinate avversative. Quando parla d’immigrazione, dice che bisogna avere: «non uno sguardo di chi vuole costruire muri, ma di chi vuole costruire i ponti». E ancora: non bisogna «stare soltanto a lamentarsi, ma avere il coraggio di costruire il futuro». In questo modo i muri e i ponti, le lamentele e il futuro sono sullo stesso piano. Di nuovo torna l’aut aut e un messaggio subliminale: sta a voi scegliere, poi non venite a lamentarvi da me quando è troppo tardi. Anche la sequenza della frasi è importante: la prima rappresenta il peso del legame con il passato, la seconda lo slancio verso il futuro. Il «ma» inserito nel mezzo fa sì che a prevalere sia la seconda.

Una figura retorica della quale Renzi fa uso continuo è l’anafora, per suscitare attesa nell’ascoltatore, dargli il tempo di andare dalla sua parte e prepararlo all’enunciazione finale. Già al minuto 07:48 parte con una lunga serie di domande retoriche e piuttosto lunghe introdotte da «vi sembra normale». Risponde con un’affermazione breve, immediata e decisa: «A me no». Dà voce alla reazione che lui stesso ha voluto suscitare nel pubblico con la costruzione anaforica.

Alla fine del suo discorso dice di voler guardare il Paese «dall’alto e dal basso». Durante tutto l’intervento utilizza entrambi i registri, l’alto e il basso. Esalta la bellezza dell’Italia mettendo gli aggettivi prima dei sostantivi, per conferire un lieve tono poetico alla frase. Tono che diventa addirittura epico, quando definisce la vittoria alle elezioni comunali di Firenze un «assalto al cielo». Passa poi ad espressioni più colloquiali come: «un governo in Italia dura meno di un gatto in autostrada», «gli stiamo levando il giochino», «e giù, inciucio». Inserisce anche qualche toscanismo come «bischerata» o fa battute rimarcando l’accento toscano. Ricalca in qualche modo quello che faceva Tony Blair, quando lasciava trasparire una pronuncia più scozzese per mostrarsi della stessa estrazione sociale degli elettori e vicino ai problemi della Scozia. Matteo Renzi infatti ci tiene a sottolineare le sue origini umili: «per me, che vengo dal contado».

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Una persona che viene dal popolo è una persona sincera, diretta, onesta. E nel caso avessimo qualche dubbio, insiste su frasi come: «Qui devo giocare la carta della franchezza fino in fondo con voi» o «diciamoci la verità fino in fondo».

Più che proporsi come uno di noi, però, Matteo Renzi sembra proporsi come un modello, un tipo di persona al quale vorremmo assomigliare. Il leader di un gruppo, o una di «comunità», nel quale vorremmo entrare.

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