Trump parla come l’uomo americano medio, ma lo sa fare bene

483208412-real-estate-tycoon-donald-trump-flashes-the-thumbs-up-crop-promo-xlarge2

Donald Trump che, ribadiamolo, sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, ha spiazzato tutti la notte fra l’8 e il 9 novembre 2016, quando ha tenuto un discorso della vittoria abbastanza presidential. Eppure ce lo ricordiamo quando prendeva in giro il giornalista disabile o urlava che Hillary Clinton doveva essere rinchiusa in carcere. Cos’è cambiato, nella forma, fra i due diversi modi di parlare di fronte a un pubblico? La lunghezza delle frasi e la scelta delle parole, principalmente.

Il suo discorso a Youngstown, Ohio, nell’Agosto 2016 gira tutto intorno alla minaccia dell’Isis. Si viene da una lunga serie di attentati negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo e Trump lo sa bene che è un tema caldo. Cosa può essere l’Isis nella mente dell’americano medio?  Terrorismo islamico, perciò violenza, morte e distruzione. Trump fa sua questa visione: elenca gli ultimi attentati avvenuti negli Stati Uniti (Orlando, San Bernardino ecc) dicendo prima il numero dei morti provocati, poi quello dei feriti e infine il luogo dove si sono verificati. Indugia sui particolari più macabri, come la gola sgozzata al prete di Rouen (Francia).

L’intero discorso inizia con la frase:  “Oggi la conversazione riguarderà come rendere l’America di nuovo un posto sicuro”. Come l’elenco degli attentati dimostra, l’America non è un posto sicuro perché “abbiamo attacchi violenti, uno dopo l’altro”. Sicuramente il senso d’insicurezza è quello che provano molti americani (ed europei) in quei giorni. Ne parleranno ovunque dell’Isis e della sua brutalità: nei bar, sui pullman, in famiglia.  Trump non solo dà voce a queste paure, ma le inserisce in un discorso di un candidato alla presidenza. Diventano così reali, razionali, concrete.

trumpLe vittime degli attacchi erano “grandi poliziotti” o “americani innocenti”. Utilizza aggettivi appositamente vaghi: chi non accetterebbe d’istinto di definire “grande” o “innocente” una persona che è morta per caso in un attentato? A loro vengono contrapposti gli attentatori, che sono il male, letteralmente: “non possiamo lasciare che questo male perseveri”. E in effetti nessuno di noi vorrebbe che le violenze dell’Isis continuassero.

Donald Trump definisce la matrice degli attentati “terrorismo islamico radicale”, mentre Clinton, ma anche Obama o Sanders, solitamente evitano di affibbiargli esplicitamente una connotazione islamica, ripiegando su “jihadismo estremista”. Questo viene loro rinfacciato da Trump, che può così rafforzare la sua immagine di leader deciso e senza peli sulla lingua: “Chiunque non sia capace di chiamare un nostro nemico con il suo nome, non è adatto a governare il nostro Paese”.

Le politiche che ha adottato il presidente in carica, ai tempi in cui Hillary Clinton era segretario di Stato (il nostro ministro degli Esteri), vengono liquidate in due parole: “errore catastrofico”. Un aggettivo volutamente eccessivo che segnala già la sfera semantica dominante nel discorso, cioè quella della rovina, del disastro. Prosegue elencando le conseguenze dell’intervento in Libia nel 2011: “morte, distruzione, terribili perdite finanziarie”.

comunicazione-politicaAppare esagerato ai limiti del ridicolo, sì, ma proviamo un attimo a metterci nei panni di chi lo ascolta. Possiamo negare senza ombra di dubbio che la guerra contro l’Isis (e prima ancora contro Saddam Hussein) abbia provocato un elevato numero di morti? Che siano state distrutte intere città, ma anche vite umane e famiglie? Che ci sia stato un consistente dispendio di uomini e mezzi, in un periodo già contrassegnato da una crisi economica globale? No, non lo possiamo negare. Il punto è che Trump non ha detto nulla di tutto questo. Il tycoon lascia che sia l’ascoltatore a completare il ragionamento, sfruttando la tecnica dell’intuizione e dell’inferenza. In questo modo, puoi anche non essere troppo informato, tanto la guerra porta sempre conseguenze terribili, no? La guerra è brutta, che altro c’è da aggiungere?

Trump presidente non avrebbe “mai gestito la situazione in questo modo”. E allora come? Bè, tranquillo, non in questo modo e con questi risultati.  E questo è l’importante.

Così il candidato repubblicano ha ormai trascinato il pubblico dentro alla sua apparente logica. E una volta che sono tutti d’accordo sul fatto che la guerra sia una brutta faccenda, perché non dargli ragione anche sul chiudere internet? In fondo è attraverso la rete che lo Stato Islamico recluta nuove leve e quelle, poi, le obbliga a fare attentati, a combattere guerre, a giustiziare i prigionieri. Insomma, le solite cose brutte. “Non possiamo lasciare che internet venga usato come uno strumento di reclutamento”. Vero, quindi attiviamo dei controlli? No, lo chiudiamo, perché la rete non è un canale, ma proprio uno “strumento” dei reclutatori dell’Isis.

lid5abkztLa struttura del discorso è ridotta all’essenziale: frasi brevi e semplici, per lo più coordinate copulative (cioè unite dalla congiunzione “e”), che vanno a sommarsi l’una all’altra. La somma amplifica il significato finale: la situazione dell’America è catastrofica. Oltre alle coordinate, tornano spesso le frasi ipotetiche con un condizionale passato, che sottolinea quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato, perché Trump non era presidente.

Infine arriva l’8 novembre 2016 e Donald John Trump batte Hillary Clinton. L’incombenza del futuro incarico fa sì che quello che era “tremendo” e “catastrofico”, ora sia “complicato”. Come i politici navigati, parla di un “noi”, non più di un “io”: “Hillary Clinton mi ha telefonato per congratularsi con noi della nostra vittoria”.

Le frasi diventano più lunghe e la struttura più elaborata. Compaiono subordinate, segno di un discorso pianificato, mentre le coordinate sono tipiche della lingua parlata e colloquiale: “lavorando insieme, daremo il via all’urgente compito di..” Utilizza il futuro semplice con “will”, che esprime allo stesso tempo una promessa e la volontà di attuarla. Insomma, molto più vicino al discorso di un candidato tradizionale.

Il discorso diventa addirittura inclusivo, quando si definisce il presidente di tutti gli americani “persone di ogni razza, religione, cultura e credo”.  Affermazioni lontane dalla proposta di costruire un muro fra Stati Uniti e Messico o di rispedire  oltreconfine tutti gli immigrati entrati illegalmente nel Paese. donald-trump-discorso-dopo-vittoria

La catastrofe è lasciata da parte per un momento. L’impavido leader che condurrà l’America verso la salvezza sembra non credere fino in fondo alla vittoria e ricorre più volte ad aggettivi come “speciale” e “incredibile” (sia “incredible” che “unbelievable“).

Il Trump pre-elezioni però riaffiora due volte. La prima quando, parlando a coloro che non lo hanno votato, inserisce l’inciso: “che comunque sono stati molto pochi”. La seconda quando afferma: “andremo d’accordo con nazioni che vorranno andare d’accordo con noi”.

In qualunque modo si ponga, i sostenitori lo appoggiano incondizionatamente. Sia che appaia più presidenziale, sia che prenda in giro un giornalista disabile. Come dice lui stesso:

“Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti.”

barronx_mgzoom

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...