Cosa si dice quando si perde?

 

brexit-224 giugno 2016, Regno Unito: il 51,9% di cittadini britannici decide che non vuole più far parte dell’Unione Europea. Nei giorni precedenti i sondaggi segnalavano una distanza di pochi punti percentuali fra le due opzioni del referendum, “leave” e “remain“. Mentre il Primo Ministro e leader dei Conservatori, David Cameron, portava avanti una campagna elettorale contro Brexit, i giornali rassicuravano: alla fine non se ne andrà nessuno. I risultati svelano una realtà diversa e Cameron si dimette, colto di sorpresa, come molti di noi.

8 novembre 2016, Usa: dopo un’asfissiante campagna elettorale, si va al voto. I giornali si sbilanciano di nuovo: Donald Trump e Hillary Clinton sono vicini nei sondaggi, ma alla fine verrà eletta la candidata democratica, perché meglio preparata e meno avventata del repubblicano. Nella notte, Clinton ottiene la maggioranza assoluta dei voti, ma è Donald Trump a conquistare il numero più alto di grandi elettori e a diventare presidente. Come da tradizione, dopo il discorso della vittoria anche il candidato sconfitto parla ai suoi sostenitori.

senior-stop-lossGià, ma cosa si dice quando si perde? David Cameron e Hillary Clinton hanno dovuto gestire una sconfitta inaspettata e due Paesi che si sono rivelati divisi e disillusi dalla politica. Di fronte ai propri elettori si sono rifugiati nei dati o negli aggettivi, hanno cercato di contenere e razionalizzare le emozioni o le hanno messe al centro del discorso. Entrambi hanno fatto ricorso a un’entità superiore, il Paese o Dio, per inserire la sconfitta all’interno di un piano più ampio e rassicurare così i propri sostenitori.

Il singolare conta poco, si punta sul “noi”, ma sono due “noi” diversi. Cameron intende prima il partito Conservatore e i suoi elettori, poi tutti i cittadini britannici. Hillary Clinton coinvolge solo una parte di americani, quelli che l’hanno sostenuta e che assieme a lei hanno perso, di nuovo.

Cameron sa che il risultato del referendum ha fatto emergere una crisi nel Regno Unito. Gli elettori si sono divisi: la maggior parte delle persone che vive nelle aree rurali dell’Inghilterra e del Galles ha votato “leave“, ma Scozia, Irlanda del Nord e la stessa capitale, Londra, hanno scelto “remain“. E questo è un problema, perché due anni prima la Scozia aveva già messo ai voti la questione dell’indipendenza e ora Nicolas Sturgeon, il Primo Ministro, minaccia di riproporre il referendum, a fronte di un cambiamento della situazione così rapido.

brexit-3Il premier dimissionario non vuole essere ricordato come l’uomo che portò il Regno Unito fuori dall’Unione Europea e poi lo abbandonò alla disgregazione. Cerca allora di trasmettere l’idea di una nazione unita contro il resto del mondo. “Insieme noi” appare già nella seconda riga del discorso. Più avanti, ci sono le forze armate che proteggono il Paese dai pericoli che vengono da oltreconfine. Sottolinea infine di aver mantenuto le promesse fatte alle persone che vivono nelle regioni più povere del “nostro mondo”. Quale mondo? L’idea di mondo che hanno creato, o che vogliono creare.

Anche gli Stati Uniti che emergono dalle elezioni presidenziali sono un Paese diviso e che deve fare i conti con una fetta di elettorato, la classe media bianca, che è stata dimenticata o ignorata per molti anni e adesso si è fatta sentire, goffamente e bruscamente. Hillary Clinton, però, si rivolge a “persone di ogni razza e religione, uomini e donne, immigrati, persone LGBT, persone con disabilità”, che non sono tutti gli americani, ma quelli che l’hanno votata. Un candidato democratico non si abbassa a dialogare con razzisti e omofobi uomini bianchi che sostengono Donald Trump, nemmeno se questi hanno il potere di eleggere un presidente.

clinton-1“Abbiamo visto che il nostro Paese è più profondamente diviso di quanto pensassimo. Ma continuo a credere nell’America e lo farò sempre”. In quale America crede Hillary? In quella del sogno americano. Le parole “sogno” e “speranza” nelle diverse declinazioni dominano l’intero discorso e un po’ prima della metà lo afferma chiaramente: “il sogno americano è grande abbastanza per tutti”. Tranne che per quelli che non ci credono più.

Tutto questo perché Clinton non nasconde le emozioni, anzi, le mette al centro della scena, regalando aggettivi a tutto e a tutti. Una candidata spesso criticata per il suo modo freddo di mostrarsi al pubblico, ora non ha paura di ammettere che la sconfitta è “dolorosa” e che tutti quelli che hanno creduto nel suo progetto politico sono “delusi”. Quasi si commuove a definire i suoi sostenitori i “migliori” che si potessero avere in quella campagna elettorale, che è stata “diversa, creativa, sregolata ed energetica”. Riserva poi due attributi per la leadership di Barack Obama, “elegante, determinata”, e due per gli attivisti, “talentuosi, dediti alla causa”. Infine l’America, che resta “piena di speranza, inclusiva e dal cuore grande”.

David Cameron incastra le emozioni in un discorso impostato e controllato, mentre avverte attorno a sé “un grande senso di fair play britannico”. Elenca i risultati raggiunti dal proprio Governo con otto frasi introdotte da “io penso” in funzione anaforica, che occupano più della metà della prima parte del discorso. Ricorda un po’ la struttura di I Remember di Joe Brainard. L’anafora si adatta all’alta carica emotiva del momento, con un Primo Ministro che si dimette e un Paese che ha preso una decisione storica, ma non l’enfatizza. Piuttosto la segue, l’accompagna, l’asseconda. E all’interno di questa struttura ci mette i disoccupati che ora hanno un lavoro, le nuove imprese che sono riuscite a partire, le famiglie che finalmente pagano meno tasse, ecc.

camron-1Restano fuori dall’elenco l’economia e il sistema sanitario, i punti centrali del post referendum. Brexit è una specie di terremoto per le Borse: la sterlina crolla e i titoli di banche europee, americane e asiatiche precipitano. Cameron deve rassicurare i mercati, ma anche le persone che lo ascoltano, che di finanza non sanno nulla, ma non vogliono perdere i propri risparmi. Per questa ragione sceglie la semplicità e la concretezza, facendosi guidare da tre numeri: il ribassamento del deficit, l’aumento degli impieghi e quello dei posti di lavoro. Il sistema sanitario poi tanto preso di mira da Nigel Farage, leader del partito indipendentista britannico, lo definisce “tesoro nazionale”. Di nuovo sceglie un dato per avvalorare le sue affermazioni: da 18mila persone in lista d’attesa per un intervento, si è passati a 800.

Se Cameron prende atto della sconfitta, Hillary si pone con un atteggiamento più combattivo, che si rispecchia anche nel lessico. Il verbo “combattere” compare più volte e l’elezione di Tim Kaine a senatore della Virginia viene presentata come “Tim rimarrà nelle prime linee”. E’ un modo di porsi al quale ha già abituato i suoi elettori e che fa pensare a quella storiella secondo la quale da giovane aveva tentato di arruolarsi nei marines.

Entrambi sono molto onorati di aver servito il proprio Paese e le persone che li hanno sostenuti. Cameron si dimette perché mette il bene del Regno Unito al di sopra delle proprie aspirazioni e inserisce così la Brexit all’interno della lunga storia britannica, razionalizzandola. Clinton invece conclude il discorso nominando direttamente Dio e lasciando intendere che fa tutto parte di un suo piano, anche la vittoria di Trump. Le sconfitte appartengono cosi a un percorso più lungo e le conseguenze fanno meno paura. A loro e a noi.

clinton-2

Il discorso del Primo Ministro britannico appare più razionale, ma quello della prima candidata donna alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è in grado di coinvolgere non soltanto i presenti, ma anche chi lo ascolta dalla televisione e magari non è neppure americano. Sono questi gli effetti che probabilmente volevano ottenere. I cittadini britannici e quelli europei andavano calmati, rassicurati. Gli elettori democratici volevano che si desse voce al proprio sconforto e che gli si fornisse una speranza per il futuro. Hillary Clinton fa di più:

“Questa sconfitta fa male, ma per favore non smettete mai di credere che vale la pena combattere per ciò che è giusto.

Sì. Ne vale la pena, davvero.”

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