Chiamare le cose con il loro nome

Justin Trudeau è l’attuale primo ministro del Canada. Anche suo padre è stato premier e i canadesi lo hanno amato cosi tanto da dedicargli una montagna dopo la sua morte. Poteva essere un’eredità ingombrante, invece Justin è perfettamente in linea con le aspettative: a ottobre 2016, a quasi un anno dalla sua elezione, raccoglieva ancora il consenso di più della metà degli elettori, sfiorando vette del 78% fra gli under 35.

Non mancano le critiche, naturalmente, ma il suo fare spigliato e da “premier dalla porta accanto”, come lo definisce l’Espresso, gli è addirittura valso la copertina di Vogue e il record di visualizzazioni della versione online dell’articolo.

E’ un leader mediatico e abile nell’intercettare il clima che si respira nel Paese. Così è stato anche durante il breve discorso dopo l’attentato del 29 gennaio in una moschea musulmana a Quebec City. Cinque minuti nei quali afferma due cose: le vittime sono canadesi e si tratta di terrorismo.

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I morti e i feriti vengono citati nel discorso sei volte, delle quali solamente una pone l’accento sulla religione: “sei persone in adorazione al centro islamico”, “un gruppo di innocenti”, “semplici canadesi”, “fratelli, zii, padri e amici”, “persone di fede, di comunità” e, quasi alla fine del discorso, “comunità musulmana”. L’accento è sul loro essere innanzitutto persone, poi cittadini canadesi, infine musulmani. Anche il resto della comunità islamica del Paese viene trattata allo stesso modo: “un milione di canadesi che professano la religione islamica”.

d969f1c37d67a7d07bc473f395e88b241461133fContro chi esitava a definirlo un attacco terroristico e preferiva vederlo come l’azione di una pazzo, Trudeau chiarisce ogni dubbio: “Non commettiamo errori: questo è stato un attacco terroristico” e più avanti nel discorso lo definisce: “uno spregevole atto di terrore”, “un atto di brutale violenza”, “violenza insensata”, “attacco devastante”.

Se inizialmente lo aveva definito “un attacco contro i musulmani”, nell’intervento fa qualcosa di più. Le vittime, ricordiamolo, sono innanzitutto persone, quindi la violenza è stata contro delle persone. In secondo luogo sono canadesi, quindi la violenza è stata contro dei cittadini del Paese. Infine, sono di fede musulmana. Uno studente franco-canadese, sostenitore di Donald Trump e Marine Le Pen ha quindi compiuto il più brutale atto di islamofobia registrato finora in Quebec.

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Macchine della polizia all’esterno del luogo dell’attentato

Ma se si tratta prima di tutto di persone, è un attacco contro tutti. E se queste persone sono candesi, sono i valori stessi del Canada, cioè valori dell’Occidente ad essere stati presi di mira. In questo modo, i fronti contrapposti non sono islamici e occidentali, ma terroristi e cittadini. Risponde così alle critiche sulla propria politica di accoglienza e ribalta la prospettiva che ha portato il presidente degli Stati Uniti a firmare il cosiddetto muslim ban.

Essendo tutta la nazione ad essere stata colpita, Trudeau conforta tutti i cittadini: “a tutti i feriti, alle famiglie di queste vittime innocenti, alle persone del Quebec e a tutti i canadesi: sappiate che indagheremo a fondo tutto questo”. Il Canada quindi viene riproposto come Paese dell’accoglienza: “Siamo gentili, generosi e ci abbracciamo non malgrado le nostre differenze, ma proprio in virtù di quelle”.

170130_ee40a_rci-trudeau-tweet_sn635Il punto del messaggio del primo ministro sta tutto qui, in un “noi” contro di “loro”, dove loro sono quelli che non seguono le regole di uno stato civile, ma quelle della violenza. Se i terroristi, che siano canadesi o appartengano allo Stato Islamico, “vogliono dividerci”, “noi guariremo insieme come una sola comunità, un Paese, una famiglia”. E Trudeau è talmente sicuro di questo, che utilizza periodi brevi, composti quasi solamente da una singola frase affermativa.

Al di là di chi insinua che l’agire del primo ministro si riassuma in molta forma e poca sostanza, con questo discorso Trudeau ristabilisce gli equilibri. Prova a spostare un dibattito fermo: accettare o no gli immigrati, sapendo che fra loro si nascondono decine di terroristi pronti a colpire i nostri valori? (Precisando che”nostri” è contrapposto a “i loro”, quelli dei musulmani). Ci ricorda, in sostanza, un concetto tanto semplice quanto basilare:

“Quelle persone erano semplicemente questo: persone”

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